A Cuba
il salario medio è di 471 pesos al mese (20 dollari, 14,7 euro). Ben sotto la
soglia di povertà
che è fissata ad un dollaro al giorno per i paesi dell’area. I medici,
la principale fonte di reddito del Paese in valuta estera, possono
guadagnare 30-40 euro, ma molte persone vivono con soli 10 euro al mese.
Tutto questo succede nonostante la parziale apertura all’economia di
mercato voluta tempo fa dal presidente
Raul Castro. La
maggior parte dei lavoratori è costretta a ingegnarsi per integrare le
proprie entrate e sbarcare il lunario. Ma intanto le
disuguaglianze stanno crescendo.
Tutti gli abitanti dell’isola hanno diritto alla
libreta, un carnet di prodotti alimentari sovvenzionati, in vendita a prezzi calmierati, che però
non permettono di sfamarsi per più di dodici giorni.
Le merci sono distribuite da un certo numero di aziende del quartiere
(uno per il latte e le uova, un altro per le carne, un altro per il
pane, uno più grande per il cibo secco e tutto il resto, dal caffè al
petrolio o sigarette). Ogni negozio ha un dipendente che scrive il
valore dato alla famiglia.
La libreta prevede una distribuzione mensile strettamente razionata
dei componenti essenziali dell’alimentazione e della vita quotidiana:
riso, pasta, fagioli, olio, zucchero, sale, un po’ di caffè e di
dentifricio, sporadicamente altri prodotti come la polpa di pomodoro e
il pollo. La razione di “proteine” consiste in un miscuglio di carne
macinata e farina di soia, sufficiente per quattro hamburger al mese.
L’unica salvezza e fonte affidabile di proteine sono le dieci uova fornite.
Per cercare di sopravvivere non resta che l’arte di arrangiarsi.
C’è chi si dedica al furto e chi acquista al mercato nero ciò di cui ha
bisogno. Così, appena possibile, si cerca di accaparrarsi un pesce,
rubato o pescato clandestinamente, una maglietta o un pacchetto di
detersivo. C’è chi si porta sempre appresso un sacco di plastica per
cogliere al volo eventuali opportunità che si presentassero. È possibile
perfino che ci si veda proporre delle mele che, per misteriosi motivi
legati all’agricoltura pianificata, sono assenti dall’Avana da mesi.
Il
mercato nero è alimentato anche dal via libera, dato ai cubani l’anno scorso, di uscire e rientrare liberamente sul suolo nazionale.
I vestiti indossati dai cubani vengono spesso dagli Stati Uniti. Chi per esempio vola a Miami, può tornare con un bagaglio di 30 chili.
La mercanzia è venduta porta a porta e anche sul posto di lavoro.
Il governo cubano riconosce che i salari bassi sono un problema “generale” sull’isola, ma ha sottolineato che i cubani non pagano i servizi di base come la sanità e l’istruzione. Il presidente cubano
Raul Castro continua a ripetere che
“i problemi relativi ai salari sono il principale ostacolo per
l’aumento della produttività e dell’efficienza in molto campi, causando
demotivazione, apatia e disinteresse per il lavoro, con conseguenti
effetti nella disciplina del lavoro e nell’esodo dei lavoratori
qualificati verso attività più remunerative, ma meno esigenti dal punto
di vista professionale, producendo senza dubbio un
processo di sottocapitalizzazione della forza del lavoro,
cosa che ha colpito i rami industriali basilari, il Ministero della
Costruzione e altri, come anche le sempre più negate promozioni verso
posizioni direzionali”.
Non potendo ottenere investimenti stranieri significativi, come la ricapitalizzazione dei principali settori produttivi,
l’economia cubana
continuerà a muoversi in questo circolo vizioso, che chiaramente
danneggia contro l’aumento del potere acquisitivo dei salari, il vero
problema che colpisce la popolazione oggi.
I
lavoratori più fortunati sono quelli del settore
turistico o di altri comparti, che lavorano all’estero e inviano denaro
in patria alle loro famiglie. Proprio i
visitatori stranieri (2,85 milioni nel 2013) sono una fonte di ricchezza per gli abitanti dell’isola, grazie alle mance in valuta forte, il
Cuc (Pesos Convertibili) usato dai turisti, che vale 75 centesimi di euro.
Ma non tutti hanno contatti con i turisti,
non tutti vivono di furti allo stato, Cuba non è solo Havana o grandi
città, c’è tutto il resto dove vive il popolo cubano, senza entrate
extra.
E pensare che a Cuba nessuno dice che si stava meglio quando si stava peggio, perché quando si stava peggio, negli anni del
Periodo especial
(1993-2003), era davvero peggio. Oggi tutti hanno un piatto di gongrì
(riso e fagioli) la sera, e un tetto sotto il quale andare a buttarsi,
ma soprattutto hanno imparato l’arte di arrangiarsi.